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43 anni di emoticon, tra crisi linguistica e sfide comunicative
Attualità

43 anni di emoticon, tra crisi linguistica e sfide comunicative

Sonia Russo
Sonia Russo
Settembre 19, 2025

In questo articolo

  • L'ascesa delle emoji
  • L’impoverimento del linguaggio
  • Emozionare o comunicare?
    • La classifica delle più amate

Oggi, 19 settembre, si celebra la nascita dell’emoticon. Ma in che modo il passaggio dal testo al simbolo ha trasformato il nostro modo di esprimerci?

Era il 19 settembre 1982 quando Scott Fahlman, professore di informatica alla Carnegie Mellon University, propose di usare sul forum del campus la sequenza 🙂 per distinguere i messaggi scherzosi da quelli seri. Un gesto banale solo in apparenza: da quel momento il linguaggio scritto smise di essere solo testo. Con quella trovata geniale, bastavano tre segni di punteggiatura per restituire al testo qualcosa che la scrittura online aveva tolto: un tono, un contesto, una sfumatura emotiva.

Proprio così: le emoticon, abbreviazioni di “emotional icon“, permettevano di esprimere emozioni e toni che la scrittura tradizionale non riusciva a trasmettere facilmente. Da allora niente fu più come prima: forum, chat, SMS si riempirono di sorrisi laterali e occhiolini improvvisati.

L'ascesa delle emoji

43 anni di emoticon, tra crisi linguistica e sfide comunicative

Con l’evoluzione tecnologica, le emoticon hanno lasciato spazio alle emoji: piccole immagini digitali che rappresentano emozioni, oggetti, luoghi e concetti. Introdotte in Giappone negli anni ’90 e adottate globalmente, le emoji hanno arricchito la comunicazione digitale, offrendo un linguaggio visivo universale che trascende le barriere linguistiche. Tuttavia, questo cambiamento ha portato anche a nuove sfide interpretative, poiché molte emoji possono avere significati diversi a seconda del contesto culturale e personale.

Uno studio del 2022 ha rivelato, ad esempio, che solo l’1-2% delle emoji è davvero privo di ambiguità, mentre molte vengono interpretate in modi opposti. L’emoji 👀, ad esempio, può voler dire “sono curioso”, “ti sto spiando” o “ti desidero”. Non a caso, un sondaggio di Heise Online mostra che il 56% degli utenti ha vissuto almeno una volta un fraintendimento causato da un’emoji; tra i giovani la quota sale al 73%.

Di sicuro, e la Journal of Language and Social Psychology, lo conferma, le emoji favoriscono empatia e connessione rapida, rendendo i messaggi più “umani”. Filik et al. (2016) hanno dimostrato che i commenti sarcastici vengono capiti meglio se accompagnati da una faccina ammiccante.

È però altrettanto vero che le emoticon testuali lasciavano spazio all’invenzione personale: bastava una parentesi in più per allungare un sorriso (:-))))), un trattino per rafforzare un broncio (:-/), una combinazione strana per inventarne una nuova (<3 per il cuore). Con le emoji la creatività passa in secondo piano: tutti usiamo lo stesso cuoricino rosso, lo stesso pollice alzato, la stessa faccina che piange ridendo. Il risultato è un linguaggio più uniforme, ma anche più povero di sfumature.

L’impoverimento del linguaggio

43 anni di emoticon, tra crisi linguistica e sfide comunicative

Non solo! L’avvento delle emoticon e delle emoji ha trasformato profondamente non solo il modo in cui comunichiamo online, ma anche il nostro linguaggio scritto. Uno studio dell’Università La Sapienza di Roma evidenzia come l’uso continuativo dei social network abbia favorito l’abitudine a sostituire parole con simboli, emoji, hashtag e meme. Ne deriva uno stile più sintetico, meno articolato, con un vocabolario più limitato e una tendenza a semplificare strutture grammaticali complesse.

In ambito scolastico, questa tendenza si traduce in temi spesso composti da frasi brevi e colloquiali, con un uso ridotto di connettivi logici e di strumenti linguistici che arricchiscono il discorso. La scrittura accademica, che richiede chiarezza, coerenza e riflessione, rischia così di risentirne, perché la sintesi estrema e i simboli visivi diventano sostituti facili di un’espressione più ricca e articolata.

Emozionare o comunicare?

Le emoticon e le emoji hanno certamente il merito di rendere immediata l’espressione delle emozioni: un cuore o una faccina sorridente possono comunicare empatia, approvazione o ironia in un attimo. Ma a quale prezzo? Affidarsi troppo a simboli visivi rischia di indebolire la nostra capacità di costruire pensieri complessi, di argomentare e di trasmettere sfumature sottili. La sfida oggi è trovare un equilibrio: usare emoji per arricchire la comunicazione senza rinunciare alla ricchezza delle parole e alla precisione del linguaggio.

43 anni di emoticon, tra crisi linguistica e sfide comunicative

La classifica delle più amate

Secondo l’Unicode Consortium, la regina assoluta resta 😂, la faccina che ride fino alle lacrime. Seguono ❤️ il cuore rosso, 👍 il pollice alzato, 🤣 la risata estrema e 😭 il pianto disperato usato spesso in chiave ironica. Nei tweet in lingua tedesca, 😂 è comparsa oltre otto milioni di volte in un solo anno. Negli Stati Uniti, un sondaggio Statista 2023 rivela che il 27% delle donne e il 19% degli uomini usano emoji più volte al giorno.

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