Il Regno Unito vieta la musica rap ai minorenni: è troppo violenta!
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Dal 25 luglio 2025, l’Online Safety Act ha bloccato l’accesso alla musica rap, drill e trap ai minori di 18 anni. Una misura per proteggere i giovani o un attacco alla libertà artistica?
Dal 25 luglio 2025, se siete minorenni e vivete nel Regno Unito, ascoltare un brano di rap, drill o trap con contenuti espliciti non è più così semplice. È entrato infatti in vigore l’Online Safety Act, una legge destinata a cambiare il modo in cui i giovani accedono alla musica.
Secondo la normativa, le piattaforme di streaming devono verificare l’età degli utenti prima di permettere l’ascolto di canzoni che contengono linguaggio violento, riferimenti a droghe, armi o comportamenti pericolosi. In pratica, contenuti che spesso si trovano in molti testi del rap contemporaneo.
E se non siete maggiorenni? Niente ascolto, a meno che non superiate un controllo d’identità digitale o vi affidiate a stratagemmi tecnologici (di cui parleremo più avanti).
Come funziona il controllo: tra selfie e riconoscimento facciale
Spotify, Amazon Music, Apple Music e altre piattaforme hanno dovuto adeguarsi: ora, per ascoltare contenuti etichettati come espliciti, viene chiesto di caricare un selfie o un documento d’identità. Alcune app utilizzano l’intelligenza artificiale per stimare l’età dell’utente dal volto. Se non riuscite o non volete confermare la vostra età, l’account viene bloccato temporaneamente, almeno per l’accesso ai brani incriminati.
La misura ha l’obiettivo dichiarato di proteggere i minori da contenuti ritenuti dannosi: testi che parlano di violenza, crimine, vendetta, ma anche autolesionismo o disturbi alimentari, fenomeni preoccupanti soprattutto tra gli adolescenti.
Protezione o censura? Le voci a confronto
La nuova legge ha sollevato un’ondata di reazioni. Da un lato, chi applaude alla scelta del governo britannico sottolinea l’importanza di mettere un filtro tra i contenuti più duri e i più giovani, che potrebbero essere influenzati da testi aggressivi o da stili di vita poco sani.
Dall’altro lato, artisti, critici musicali e difensori della libertà d’espressione lanciano l’allarme: vietare l’accesso a un genere musicale non è una forma di educazione, ma di censura. Il rap, ricordano in molti, è spesso una cronaca diretta della realtà, un mezzo per raccontare disagio, rabbia, disuguaglianze.
Oscurarlo significa silenziare voci autentiche, spesso provenienti da periferie dimenticate. E soprattutto, trattare i giovani come incapaci di distinguere tra arte e realtà, tra racconto e incitamento.
La reazione dei ragazzi: boom di VPN e aggiramenti digitali
Ma cosa ne pensano i diretti interessati? Come spesso accade, i giovani non sono rimasti fermi a guardare. Il giorno dopo l’entrata in vigore della legge, le app VPN (quelle che permettono di nascondere o cambiare la posizione geografica) sono balzate in cima alle classifiche di download.
Molti under 18 hanno iniziato ad aggirare i blocchi fingendosi utenti di altri Paesi o creando account falsi. Ma se da un lato l’ingegno e la creatività non mancano, dall’altro emergono nuovi rischi per la sicurezza online: molte VPN gratuite, infatti, vendono i dati personali o espongono gli utenti a tracciamenti non trascurabili.
In altre parole, per proteggere i giovani dalla musica, li si sta spingendo verso strumenti informatici potenzialmente molto più pericolosi.
Ma il rap è davvero così pericoloso?
Inutile girarci intorno: il rap, nella sua forma più cruda, non è certo un genere “facile”. Parla di strade, carcere, droga, violenza. Ma, come dicevamo, è anche, e forse soprattutto, uno specchio del mondo reale. Dietro le rime aggressive ci sono spesso storie vere, esperienze vissute, denuncia sociale.
Molti esperti di educazione e cultura giovanile sostengono che vietare non sia la soluzione. Piuttosto, sarebbe meglio educare i ragazzi all’ascolto consapevole, insegnando a distinguere il linguaggio artistico da comportamenti reali.
Censurare la musica, infatti, può dare l’illusione di protezione, ma non risolve le cause profonde che portano certi testi a nascere: povertà, disagio, emarginazione, mancanza di spazi di espressione.
E in Italia?
Nel nostro Paese, per ora, non esistono divieti simili. Ma anche qui il dibattito è acceso. La questione è già esplosa con forza nei mesi scorsi. Pensate a Tony Effe, trapper romano ed ex membro della Dark Polo Gang: a dicembre fu inizialmente annunciato tra gli ospiti del grande concerto di Capodanno al Circo Massimo a Roma, insieme a Mahmood e Mara Sattei. Tuttavia, pochi giorni dopo l’annuncio, l’Amministrazione capitolina fece marcia indietro, chiedendogli di rinunciare all’evento. Il motivo? I suoi testi erano stati giudicati sessisti, violenti e misogini da associazioni femministe (come Differenza Donna), da esponenti del PD, Azione e Fratelli d’Italia, e perfino dal Codacons.
Il sindaco Roberto Gualtieri spiegò: «Il concerto di Capodanno deve unire, non dividere la città», e che quella scelta iniziale era stata un errore. In solidarietà a Tony Effe, per via di quella espulsione che era stata percepita come censura, si sono schierati molti artisti. Ad esempio, anche Mahmood e Mara Sattei rifiutarono di partecipare all’evento. Altri, come Emma, Lazza e Giorgia, hanno espresso sostegno al collega, denunciando la mancanza di libertà d’espressione.
Ma Tony Effe è solo uno dei tanti: anche Fedez negli anni è stato al centro di polemiche legate a testi accusati di omofobia, transfobia e sessismo. Brani come “Tutto il contrario”, “Le feste di Pablo” o “Canzone gay” sono stati criticati, ad esempio, da Tiziano Ferro e dal mondo LGBT, accusati di perpetuare stereotipi offensivi e violenti.
Insomma, periodicamente anche da noi si parla della necessità di regolamentare certi contenuti e la decisione del Regno Unito potrebbe aprire la strada a provvedimenti simili altrove. Ma ci si chiede: davvero è questa la strada giusta?
Una società che blocca la musica ma non interviene sulle disuguaglianze, sulle condizioni di vita nei quartieri difficili o sull’educazione all’empatia, rischia di puntare il dito contro gli effetti, lasciando intatte le cause.
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