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Linda Moberg: «La mia storia di "vittima sopravvissuta" a una violenza domestica durata 20 anni»
AttualitàLibri

Linda Moberg: «La mia storia di “vittima sopravvissuta” a una violenza domestica durata 20 anni»

Simone Toscano
Simone Toscano
Novembre 10, 2025

Per voi, uno dei capitoli più significativi del libro Le due vite di Linda, in cui l’autrice racconta la propria storia di violenza domestica…

Settimana dopo settimana la cronaca ci costringe a passare in rassegna casi di donne uccise, martoriate da uomini violenti che scambiano possesso e amore, libertà e imposizione. Vicende in cui ci sono carnefici e vittime, rimaste a terra, senza più voce. Donne che raccontiamo attraverso le parole dei loro cari. Dei messaggi inviati, delle loro richieste di aiuto.

Oggi vi proponiamo un estratto del libro Le due vite di Linda (Armando Editore, 172pp), che racconta la storia di una “vittima sopravvissuta”, di violenza sulle donne, scritta proprio da lei, Linda Moberg, assieme ai giornalisti Simona Berterame e Mauro Valentini. 

Linda Moberg: «La mia storia di "vittima sopravvissuta" a una violenza domestica durata 20 anni»
"Le due vite di Linda", Armando Editore, è stato scritto da Linda Moberg assieme ai giornalisti Simona Berterame e Mauro Valentini.

Questo volume infatti è la storia di Linda, arrivata in Italia dalla Svezia con una valigia piena di sogni e speranze. Presto arriva anche l’amore, per quello che diventerà prima suo marito, poi il padre dei suoi due figli, poi ancora un uomo che l’ha tenuta prigioniera in una spirale di violenza fisica e psicologica per oltre 20 anni. 
Nel 2019, il giorno del suo compleanno, l’ultima brutale aggressione in casa. La più feroce, Linda viene soccorsa e salvata dal figlio maggiore Riccardo. Non lo sa ancora ma sta per iniziare il suo nuovo inizio, la sua seconda vita. 

È il 2013. Timothy ha quattro anni. Riccardo ne ha undici. Il telefono di Linda emette un “beep”. Lui lo prende, e legge quel messaggio: “Sei arrivata? tutto bene?”. «Era un messaggio che non era neanche destinato a me. Inviato da una persona che non conoscevo e non avevo in rubrica. Probabilmente aveva sbagliato numero. E poi io non ero uscita, non dovevo “arrivare” a casa. Io gli ho detto: – non so di chi sia questo messaggio – Lui mi ascolta, poi va a lavoro. In quel periodo ci eravamo trasferiti in una villa sempre sull’Appia antica ma un po’ isolata. Un ennesimo trasloco. Lì c’era un videocitofono e un faro che si illuminava se si avvicinava qualcuno. Vedo a un certo punto che si illumina il citofono, in casa con me c’erano sia Riccardo che Timothy. Mi affaccio e vedo la macchina di mio suocero, non la sua. Mio suocero lo fa scendere e poi se ne va. Lui rientra a casa: – Come mai a casa così presto? – li chiedo, ma non faccio in tempo a finire la frase che mi ritrovo sbattuta vicino al camino del salone. Mi ricordo solo che guardai la mia mano ed era piena di sangue. Ho cercato di alzarmi senza riuscirci e vedo Timothy, piccolo e terrorizzato, arrivare con una federa. Me la poggia sull’occhio ed era tutta imbrattata di sangue».

Linda deve fermare il flusso di ricordi. Piange. Si alza. Beve un pochino d’acqua, e anche noi beviamo con lei. Ma poi passa tutto, i suoi occhi ritornano quelli di prima. E ricomincia: «Lui mi grida: – Vieni in cucina alzati! Vieni in cucina! – E poi lo sento dalla stanza dei ragazzi che parla al figlio più grande: – Ma lo sai Riccardo che tua madre si è scopata tutti i Carabinieri della caserma vicino alla fraschetta?». Ma perché ce l’aveva con i Carabinieri? Linda gestiva da qualche mese un locale, una fraschetta dove si facevano panini, aperitivi e taglieri. Lei era solo la gestrice di quel locale aperto chiaramente da lui, così da poter controllare anche questa sua neonata attività commerciale, e poco distante c’era una caserma dei Carabinieri e spesso capitava che mangiassero nel locale. E lui era geloso: «Ma davanti a loro non ha mai fatto scenate, anzi, con i militari era sempre gentile e cordiale».

Linda Moberg: «La mia storia di "vittima sopravvissuta" a una violenza domestica durata 20 anni»
I segni fisici di una violenza che ha logorato e ferito profondamente anche l'anima.

Poi è lui stesso a chiamare i Carabinieri: «E lo sento dire: – Carabinieri? Sì venite qui, e sbrigatevi a venire perché sto per uccidere mia moglie – E quando ho sentito queste parole non so chi mi ha dato la forza di alzarmi e cominciare a correre. Scappo fuori casa così com’ero. Ferita. Arrivo fino a via di Fioranello e lì fermo un automobilista che chiama l’ambulanza e i Carabinieri. Non so se mio marito li avesse chiamati veramente o per finta. Arriva l’ambulanza, tutto come in un film dell’orrore, con il medico a bordo che mi guarda e mi dice: – Signora, lei deve venire con noi – e io non volevo andare per non lasciare i miei figli a casa. Io non sapevo dove ero ferita, vedevo soltanto tutto questo sangue. Dentro l’ambulanza sento dire da un infermiere: – La prossima volta a questa non la troveremo in vita. La prossima volta arriveremo troppo tardi».

Il marito di Linda, esce di casa e arriva anche lui dove c’è sua moglie insanguinata e soccorsa dai passanti e dall’ambulanza. E lì lei lo sente gridare sempre più vicino: – L’ammazzo l’ammazzo! – Un ragazzo che è lì accanto a lei, lo placca e riesce a trattenerlo fino all’arrivo dei Carabinieri. «Lui poi afferma di avere un malore e devono chiamare un’altra ambulanza. Io sono trasportata al Sant’Eugenio. Il medico di guardia mi mette i punti e mi manda dall’oculista, avevo la vista doppia per le botte. Ce l’avrò per ben due mesi. Era venerdì santo e non c’era tanta gente, quindi dopo poche ore ritiro il referto al piano inferiore e il medico del pronto soccorso mi chiede: – Ma perché ti ha fatto questo? – E io rispondo che forse è perché pensa che io abbia un altro. Quando mi dà il referto mi stringe nella mano l’immagine della madonnina del Divino Amore, che ce l’ho ancora nel portafoglio, e mi dice: – Si prenda cura di lei signora – Quando sono tornata per fare il primo controllo oculistico, la dottoressa mi ha detto che doveva darmi altri giorni di prognosi e ha poi aggiunto: – Lei deve scappare signora – e prendendo i miei documenti si è accorta che il primo medico del pronto soccorso sul referto non mi aveva segnato neanche un giorno di prognosi. Lei si è stupita molto e mi ha detto: – Ma come è possibile? Si sarà dimenticato – Se il primo medico avesse scritto i giorni, probabilmente la denuncia sarebbe partita d’ufficio. Quella volta nessuno è venuto da me a chiedermi se volevo denunciare». 

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