Meditazione e viaggio interiore: 2 libri sullo Zen per ascoltare se stessi
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Eccomi di nuovo, con le tasche piene di biglietti, appunti sparsi, itinerari improbabili e la solita pila di libri che sto cercando di far passare per “essenziali” nel mio bagaglio a mano. Questa volta, però, ho scelto una destinazione meno appariscente, lontana dalle rotte più battute e dai selfie da cartolina. Un viaggio verso l’interno.
E per accompagnarmi, ho scelto 2 libri che non parlano di città, né di confini geografici, ma di spazi invisibili, quelli che si aprono solo quando si smette di cercare. Libri minuscoli, silenziosi, ma capaci di lasciare un’eco potente.
Autore: Eugen Herrigel
Titolo: Lo Zen e il tiro con l’arco
Edizione: Adelphi
Pagine: 88
A prima vista potrebbe sembrare un trattatello tecnico, un saggio su un’arte marziale orientale. In realtà è molto di più.
Herrigel, filosofo tedesco, racconta la sua esperienza diretta in Giappone, dove ha studiato per anni il Kyudo, il tiro con l’arco tradizionale giapponese, sotto la guida di un maestro zen. Ma questo non è un libro sul tiro con l’arco. È un libro sul lasciare andare. Sull’attesa. Sul gesto che nasce solo quando smettiamo di volerlo compiere. Pagina dopo pagina, il lettore si trova spogliato delle certezze occidentali, trascinato in un mondo dove il controllo non è forza, ma ostacolo. Dove il bersaglio non è l’obiettivo, ma solo una conseguenza.
Un testo che si legge in un pomeriggio e si rilegge per anni. Consigliato a chi ha voglia di perdersi per (ri)trovarsi. Da leggere in silenzio, magari al tramonto, magari in viaggio. Anche solo dentro di sé.
Autore: Kakuzō Okakura
Titolo: Lo Zen e la cerimonia del tè
Edizione: SE
Pagine: 95
C’è un libro che profuma di silenzio e di porcellana calda. Un libro minuscolo, scritto più di un secolo fa, che ha la capacità rara di rallentare il battito e di posarsi sulla mente come una foglia sull’acqua. Lo Zen e la cerimonia del tè è molto più di un saggio estetico: è un inno alla bellezza nascosta nell’imperfezione, alla grazia del gesto che non vuole apparire, alla spiritualità sottile delle cose semplici.
Okakura, intellettuale giapponese trapiantato in un’epoca che correva troppo in fretta verso l’Occidente, scrive questo testo in inglese, per spiegare all’altro mondo la profondità della via del tè, ma ciò che ne esce non è solo spiegazione — è poesia. Attraverso la cerimonia del tè ci parla di equilibrio, di armonia, di vuoto. Di quello spazio sacro in cui anche un sorso può diventare meditazione.
Un libro delicato, che si apre come una porta scorrevole sul nulla. Consigliato a chi ama il silenzio abitato, i dettagli che sfuggono a uno sguardo distratto, i gesti che contengono mondi. Da leggere lentamente, magari bevendo un tè. Magari da soli.
Lo Zen e il tiro con l’arco e Lo Zen e la cerimonia del tè non sono solo due titoli affini — sono due strade parallele verso lo stesso vuoto.
Il primo è un percorso di disciplina e abbandono, una lotta interiore che si scioglie nel gesto puro. Il secondo è un invito a contemplare l’impermanenza attraverso la bellezza delle piccole cose.
Nel libro di Herrigel c’è tensione, attesa, un desiderio di comprensione che lentamente si spegne nella resa. In quello di Okakura, invece, c’è la leggerezza di una rivelazione che non si cerca, ma che accade — come accade il sapore del tè tra le labbra.
Due testi gemelli e opposti: uno insegna a colpire senza colpire, l’altro a versare senza riempire.
Entrambi insegnano a svuotarsi per fare spazio.
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