La beffa di “Mia Moglie”: Facebook chiude il gruppo, ma su Telegram la violenza digitale continua
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C’è un’Italia che si proclama femminista, che riempie le piazze contro la violenza di genere, che dice “mai più”. Ma c’è anche un’Italia parallela, nascosta nei vicoli digitali, che violenta, insulta e deride il corpo femminile dietro la maschera dell’anonimato. È l’Italia dei gruppi social come Mia Moglie, appena chiuso da Meta dopo sei anni di attività indisturbata.
Il gruppo, nato nel 2019 su Facebook, raccoglieva oltre 32 mila iscritti, per la maggior parte uomini. La dinamica era sempre la stessa: foto di donne – mogli, compagne, colleghe, conoscenti – condivise senza consenso, spesso prese di nascosto o rubate dai social, accompagnate da commenti sessisti, ironie volgari, talvolta veri e propri incitamenti alla violenza. Un archivio digitale di umiliazione e sopraffazione, visibile pubblicamente fino a pochi giorni fa.
A fare esplodere il caso è stata la scrittrice e attivista Carolina Capria, che lo ha denunciato con un post su Instagram, raccolto dall’associazione No Justice No Peace, da mesi impegnata contro la violenza di genere online. La denuncia è arrivata fino alla Polizia postale ed è stata rilanciata da esponenti politici e associazioni femministe. Così, il 20 agosto, Meta ha annunciato la chiusura del gruppo: «Abbiamo rimosso Mia Moglie per violazione delle nostre policy contro lo sfruttamento sessuale di adulti» ha dichiarato un portavoce, specificando che la società collabora con le forze dell’ordine in caso di incitamento a stupro o abusi.
La chiusura, salutata da molti come una vittoria, ha però il sapore amaro della beffa. Poche ore dopo, diversi utenti hanno segnalato la nascita di chat parallele su Telegram e WhatsApp, dove migliaia di nuovi iscritti continuano a condividere lo stesso materiale, senza che finora siano stati presi provvedimenti. Un trasloco rapido, che dimostra quanto questi spazi non siano un’eccezione, ma piuttosto una pratica che si rigenera in fretta: la misoginia prolifera come un virus digitale.
È la stessa contraddizione di chi proclama “libertà e rispetto” e poi, fra meme e chat private, riduce le donne a oggetti da giudizio.
La politica ha reagito con parole dure. Sara Ferrari, capogruppo Pd nella Commissione femminicidio, ha parlato dello «specchio di una cultura di possesso e sopraffazione che ignora il consenso delle donne», chiedendo a Meta e alle altre piattaforme un controllo più attento per impedire nuove riaperture. Roberta Mori, portavoce nazionale della Conferenza delle Donne Democratiche, ha definito l’episodio «l’ennesima prova di una violenza digitale strutturale che affonda le radici nella cultura patriarcale del dominio».
Il paragone con il caso Gisèle Pélicot, la donna francese drogata e violentata per dieci anni da centinaia di uomini in un “patto del branco”, è tornato più volte nelle dichiarazioni pubbliche: quelle comunità digitali, denunciano attivisti e politici, sono l’anticamera di violenze che si consumano anche nella vita reale.
Meta ha agito, ma il problema non è risolto. Non basta cancellare una pagina: bisogna affrontare il terreno compressato dei social, dove il consenso è un optional e l’anonimato un pretesto. Gruppi chiusi su Facebook “resuscitano” altrove, su Telegram o WhatsApp, sotto lo sguardo complice, anche se silente, delle piattaforme.
Allora il punto non è solo Facebook o Telegram, ma la mentalità che li abita. La parola “consenso”, che dovrebbe essere la base di ogni relazione, diventa trasparente, invisibile, scavalcata dall’idea che il corpo femminile sia cosa pubblica, terreno di appropriazione e giudizio.
Chiudere Mia Moglie è un passo necessario, sia chiaro. Ma finché la società non riconoscerà che non si tratta di un “gioco da social” ma di veri e propri reati di abuso, ogni chiusura resterà solo un cerotto su una ferita che continua a sanguinare nei sotterranei del web.
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