MUPA: viaggio nel Museo del Patriarcato tra curiosità, provocazioni e riflessioni
In questo articolo
A Roma il MUPA, il Museo del Patriarcato, è stato un percorso immersivo e provocatorio tra oggetti, dati e installazioni che raccontano la disparità di genere e stimolano riflessione e dialogo.
Benvenuti nel futuro… o nel passato che ancora ci parla! Immaginate di entrare in un museo dove il patriarcato è già solo una pagina di storia, e dove ogni oggetto, ogni installazione, ogni gesto scenico racconta il nostro presente con la distanza necessaria per cambiarlo. Questo ha voluto essere il MUPA, il Museo del Patriarcato in Via Flaminia, 122 a Roma, aperto su iniziativa di ActionAid fino a domani 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Qui si cammina letteralmente sul passato, tra reperti “speculativi” che sembrano usciti da un film di fantascienza, ma che raccontano una realtà ancora molto attuale.
Tra manichini che rievocano ruoli domestici stereotipati, specchi parlanti che riproducono frasi storicamente maschiliste e barattoli che mostrano il divario salariale, il percorso ci catapulta nel 2148, anno in cui, secondo alcune stime, sarà finalmente raggiunta la parità di genere. È un viaggio che oscilla tra il poetico e il provocatorio, tra la curiosità di scoprire e la riflessione sul presente, un’esperienza che invita a interrogarsi sul ruolo che ciascuno di noi gioca nel mantenere o trasformare le strutture di potere che ci circondano.
Oggetti che parlano, storie che colpiscono




Appena varcata la soglia, si calpesta uno zerbino con scritto “Patriarcato” in rosso acceso e si entra in un mondo fatto di dettagli ironici, ma dolorosamente realistici. Manichini donna alle prese con faccende domestiche, padri seduti in poltrona con una birra in mano e bambini che sembrano già dover sottostare a ruoli rigidi: tutto racconta quanto le dinamiche di genere siano state storicamente codificate e quanto, ancora oggi, certe aspettative condizionino vite e comportamenti. Porte con segni di pugni, barattoli di vetro che mostrano il divario salariale, giocattoli divisi per genere e specchi che restituiscono frasi tipo “lascia che ti spieghi” o “sei troppo emotiva” sono piccoli oggetti che parlano di grandi ingiustizie. Ogni sala diventa così un atto di consapevolezza, un invito a osservare il presente come se fosse già passato, a riconoscerne i limiti e a immaginare come potrebbe essere un futuro libero da discriminazioni e violenze.
Ma il museo non ha voluto essere solo un percorso estetico, piuttosto anche un archivio di dati concreti che mostrano quanto il patriarcato sia ancora radicato nella vita quotidiana. Dalla ricerca “Perché non accada”, realizzata da ActionAid con l’Osservatorio di Pavia e B2 Research, emerge che il 74% delle donne gestisce da sola i lavori domestici, il 41% si prende cura dei figli senza alcun supporto dei padri, e più della metà delle donne teme per la propria sicurezza negli spazi pubblici, con punte ancora più alte tra le giovani della Gen Z. Anche la gestione delle finanze domestiche mostra squilibri evidenti: il 51% degli uomini prende decisioni economiche in autonomia, contro il 38% delle donne. Questi numeri raccontano un presente in cui la disparità di genere è spesso invisibile, ma può essere osservata, compresa e, soprattutto, affrontata. Il MUPA ci mostra con semplicità e ironia quanto queste differenze siano radicate e quanto il cambiamento dipenda dalla consapevolezza collettiva.
Arte e attivismo
Il MUPA non è stao solo un’esposizione statica: durante i cinque giorni di apertura è diventato laboratorio collettivo, spazio di confronto e azione. Talk, performance e laboratori con artiste, attiviste e collettivi femministi di tutta Italia hanno trasformato il museo in un luogo vivo e pulsante, dove cultura e politica si intrecciano. Opere come la “Piramide della violenza”, costruita con mattoncini che elencano frasi e comportamenti sessisti, o il barattolo “Just Shit”, che conserva memorie digitali di abusi online, mostrano quanto la violenza di genere sia strutturale e quotidiana. La sala finale, con un neon rosa recante la scritta Sorellanza – “Sorella, io ti credo”, chiude il percorso come un respiro sospeso, invitando i visitatori a riflettere sul proprio ruolo nel cambiare la realtà. Il MUPA ha dimostrato così che un museo può diventare un gesto politico, uno strumento di prevenzione e un laboratorio di immaginazione collettiva.
Ma, come in ogni cosa che scuote le coscienze, non poteva mancare la polemica: il museo ha attirato commenti contrastanti sui social, tra chi lo accusa di essere un’esibizione “woke” e chi ne difende il valore simbolico. Alcuni sostengono che la disparità di genere sia ormai superata, altri ricordano i rischi quotidiani per le donne, dall’insicurezza negli spazi pubblici al peso della gestione domestica e familiare. ActionAid, però, non si è tirata indietro: chiamare le cose col loro nome è stato un gesto consapevole, perché solo affrontando la realtà con coraggio è possibile immaginare un futuro in cui il patriarcato sia davvero relegato al museo della storia.
A te l'onere del primo commento..