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Pierfrancesco Favino
CinemaInterviste

Pierfrancesco Favino: «Io interpretare Jannik Sinner? Mai!»

Sonia Russo
Sonia Russo
Ottobre 27, 2025

In questo articolo

  • Uno sport che ama ma in cui non eccelle
  • A cosa servono gli insegnanti
  • Il ruolo sociale del cinema
    • È il fan numero 1 della sua Anna!
Pierfrancesco Favino, che il 13 novembre sarà nelle sale con “Il Maestro”, ci parla del suo ultimo ruolo, ma anche di quello che non farà mai…

Il cinema come un match a cinque set, fatto di colpi inattesi, momenti di stanchezza, improvvise accelerazioni e la ricerca continua di un equilibrio fragile. Così si presenta Il Maestro, il nuovo film di Andrea Di Stefano con Pierfrancesco Favino, in uscita il 13 novembre dopo l’anteprima fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Al centro della storia Raul Gatti, un ex campione di tennis interpretato da Favino, che si ritrova ad allenare un giovane talento, Felice, interpretato da Tiziano Menichelli. Un rapporto complesso e viscerale, che porta in superficie fragilità, fallimenti e il bisogno di riconoscersi nell’altro. Una pellicola che non parla solo di sport, ma soprattutto di padri e figli, di successi e sconfitte, di ciò che resta quando l’applauso si spegne. Favino ci ha raccontato così il suo “maestro”, dentro e fuori dal campo.

Uno sport che ama ma in cui non eccelle

Pierfrancesco Favino: «Io interpretare Jannik Sinner? Mai!»
Jannik Sinner (24) è nato il 16 agosto 2001 a San Candido, Alto Adige.

Sfruttando la metafora tennistica: lei è un giocatore da fondocampo o uno che ama andare a rete?
«Potrei sembrare uno da fondo, ma sono più dedito alle palle corte, a tentare di cambiare ritmo e divertirmi per quanto possibile. So che ho un’immagine che mi fa sembrare lento, ma in realtà la mia ricerca è più sui nuovi colpi».

Le piace il tennis?
«Sì, mi piace molto da sempre, ma è un amore non corrisposto».

Sinner ha acceso i riflettori su questo sport. La sua vita potrebbe diventare un film? E chi potrebbe interpretarlo?
«Credo sia molto interessante il fatto che provenga da una zona in cui apparentemente il tennis non viene neppure in mente. È abbastanza cinematografica l’idea di un eroe che nasce in un posto che non è preposto a quella cosa lì. È come un comandante di navi vichinghe che nasce in montagna! È un aspetto decisamente interessante perché non tutto è cinematografico, serve contrasto. Chi potrebbe interpretarlo? Non lo so, ma scordatevi che sia io! Forse Tiziano Menichelli tra un paio d’anni, chissà… ».

Pierfrancesco Favino: «Io interpretare Jannik Sinner? Mai!»
Pierfrancesco Favino con il regista Andrea di Stefano e con Tiziano Menichelli, giovane protagonista del film “Il Maestro”.

Che tipo di riflessione le ha suscitato il suo personaggio ne Il Maestro, un uomo che insegna a un ragazzo che nella vita si può fallire, che le sconfitte fanno parte del percorso, in una società che invece ci chiede di essere sempre performanti?
«La riflessione alla base del film è proprio questa: due sconfitte possono fare una vittoria. Sicuramente oggi c’è un’ossessione un po’ narcisistica rispetto all’idea che si debba avere successo per poter esistere nel mondo. Questa storia racconta che si può stare al mondo senza per forza essere il numero uno. È una cosa che mi piace molto».

Il suo personaggio è un po’ un secondo padre per Felice, uomo “imperfetto”, che insegna anche attraverso la fragilità. Quanto conta, secondo lei, mostrarsi anche deboli davanti ai propri figli?
«Non so. Credo che se il padre provasse a dire le stesse cose del maestro, il ragazzo avrebbe più difficoltà ad accettarle. Spesso un insegnante può essere luce sullo stesso libro che un genitore prova a proporre senza riuscirci. Bisogna tenere conto anche della necessità dei figli di disobbedire, di superarti, di uscire da questo legame carnale che a un certo punto è necessario rompere. Raul, in realtà, ha cercato di nascondere le sue fragilità, finché una condizione medica lo costringe a mostrarle: lì la storia prende un’altra piega. A me piace che questo personaggio non tiri fuori il meglio di sé, perché non ce l’ha: ha solo il peggio di sé e proprio quel peggio serve al ragazzo per crescere. È l’eccezionalità dell’incontro che porterà Felice a dire “io sono migliore di te”. Ed è quel tradimento che ogni genitore sa che arriverà, e per cui vale la pena essere genitori, sapendo che si soffrirà di questo distacco».

A cosa servono gli insegnanti

Una scena del film "Il maestro".
Una scena del film "Il maestro".

Lei ha avuto dei maestri nella sua vita?
«Be’, sì, ne ho avuti tanti, li ho cercati e i loro insegnamenti mi sono arrivati anche nei momenti meno attesi. Mi piace ricordarne uno in particolare, incontrato in accademia: Stefano Valentini, insegnante di danza. Io non ero lì per diventare un ballerino: non so se ve ne siete accorti, ma non è successo nonostante mi piaccia molto il ballo (sorride, ndr)! Lui però non ti insegnava a ballare, ti insegnava a trovare la musica dentro di te. Credo che sia una bellissima immagine di ciò che deve essere un insegnante: è questo che un maestro deve fare coi suoi allievi».

Il regista Andrea Di Stefano ha raccontato che è stato il suo sguardo a ispirare il film Il Maestro…
«Visto il personaggio, mi inquieta che lui sia stato ispirato dal mio sguardo: stavo veramente a pezzi evidentemente! Scherzi a parte, tra noi c’è un rapporto molto bello, un desiderio creativo che ci accomuna, l’intimità di volersi mettere in gioco e cercare nuove storie. Parliamo spesso di film che probabilmente non faremo mai, ma anche quello è bello, condividere un intento creativo. Abbiamo entrambi a cuore il pubblico ed è prezioso condividerlo. Questo personaggio così apertamente sconfitto mi ha dato modo di tirare fuori cose che mi somigliano più di quanto pensassi. Evidentemente in quello sguardo, Andrea aveva saputo leggere».

Il ruolo sociale del cinema

Pierfrancesco Favino (56) sul red carpet dell'apertura di Venezia 82 con la moglie Anna Ferzetti (42).
Pierfrancesco Favino (56) sul red carpet dell'apertura di Venezia 82 con la moglie Anna Ferzetti (42).

Lei è stato molto applaudito alla Mostra del Cinema di Venezia. Pensa che i festival debbano dare spazio anche alla realtà che ci circonda e che la cronaca tristemente racconta? Il riferimento è, ad esempio, alla mobilitazione per Gaza. 
«Penso che sia sempre stato così: i festival sono momenti di riflessione e il cinema da sempre si occupa di ciò che accade nella realtà. Questo non significa che debba raccontare specificatamente un certo tema. Io ero a Cannes lo scorso anno e c’era già un conflitto in corso, lo stesso due anni fa. Purtroppo, spesso tendiamo a dimenticare che i film possono parlare alle persone, risvegliare coscienze. Sono fatti per questo e non bisogna sottovalutare la loro potenza, altrimenti diventano solo esercizi narcisistici. Poi ognuno ha la libertà di manifestare come crede, e ogni occasione è sacrosanta per dire da che parte si vuole stare. Io penso che ogni artista stia dalla parte della bellezza. Non conosco niente di più pacifico della ricerca della bellezza: se si crea bellezza, si cerca la pace».

È il fan numero 1 della sua Anna!

A Venezia, Pierfrancesco Favino ha partecipato insieme alla compagna Anna Ferzetti. Stavolta, però, in gara c’era lei, protagonista del film "La Grazia" di Paolo Sorrentino. «Vederla qui mi emoziona, sono un orgogliosissimo “più uno”. Abbiamo da sempre costruito il nostro rapporto, personale e professionale, sul supporto reciproco e sul non voler confondere i piani. Abbiamo un progetto di vita insieme, meraviglioso, che non ha a che fare con il mestiere. Ho sempre creduto in lei, sono felice che ve ne accorgiate anche voi», ha detto l’attore. Le due figlie della coppia, Greta e Lea, hanno accompagnato orgogliose i genitori sul red carpet di Venezia.

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